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Russian Eyes

Oleg Videnin (46)is looking straight into the eyes of his fellow Russians. He centers his classic black and white documentary portraits around these fixed stars of a seemingly unknown cosmos. There is a distant glow of 18th century Russia in some of the dark pupils. The way an elegant young lady wears a little glass heart on a thin chain over a lace band collar and a velvety little handbag (02), she could be a character imagined by Tolstoy, Pushkin or Dostoyevsky for one of their heartrending novels and novellas. Her name is Tonja, in one picture her subtle smile speaks of a precocious, hence very attractive female intelligence. In another shot (03) she stands crying on the wrought-iron "lover's bridge" in Astrakhan, a vibrant city close to the delta of the Volga at the Caspian Sea. How could one avoid to think of the overused notion of the deep Russian soul in view of Tonja's demonstration of feelings?

But Videnin's pictures tell short stories of today's Russia. Some of them are strikingly forthright, others full of cautious allusions. Not only the old-worldly bourgois-at-heart among the young and the old are in focus of Videnin's accurately composed square pictures. He also touches the topic of growing up in the country side, showing children and teenagers in tune with their surroundings (11, 15, 16, 17, 18). These are documents of friendships that can last forever, or of flirtations for one summer only. Videnin took some of his emotionally strongest pictures at events or phases that can be turning points in life: Puberty (08), graduation balls (13), discharge of young soldiers (12), separations of friends. 

Some of the old men portrayed have seen so many changes around them, they may have given up caring. Many of them are highly decorated ex-servicemen of the soviet army (04). One of them is wearing his medal of distinction fixed to his jacket with a safety pin -not to loose it in the daily grind his face speaks volumes of (05). Some of the kids Videnin portrayed are obviously better off like the girls from the Bryansk outskirts (06), others seem to be downright poor but they dress up for the caring photographer, like Valentina, who appears in white on a wide-stretched grassland (07).

Russia is finding a little peace of mind after decades of social upheaval, twenty years after the fall of the Soviet empire. There are also radicals in society, Videnin includes them in his photographic survey (10). But in general his pictures speak of a relative peace and the newly gained strength which is in the eyes of the people in these portraits (20).

Oleg Videnin (born 1963) photographs primarily in his native town of Bryansk or its surrounding countryside where he lives and works today. He graduated from the Bryansk Institute of Technology an an engineer of forestry. Oleg's professional endeavors often explored local personalities: He has worked as a journalist, a radio producer and a local television host. Oleg became a successful businessman in the field of tv networking in the late 1980ies.

He started to take pictures in elementary school with a camera his parents gave him, developed and printed himself but never received formal training. He put his hobby aside until he visited college.  In the days of Perestroika, Videnin took portraits of army soldiers for making money for a short time, then forgot about photography again. It was an on-off affair over many years until 1998, when he made photography his passion. His black-and-white technique is traditional, he is shooting with a Rolleiflex, printing 16x16inches in his own darkroom at home.

Videnin's photographs are located in the Moscow Museum of Modern Art, as well as other galleries and private collections. In Russia and its neighboring countries, Oleg is affiliated with the Photographer.ru agency, a partner of Magnum Photos. His handprinted photographs will be on show October 15th in Sputnik Gallery, Chelsea, New York City. The title of the exhibition and of his first book to be released end of August in Russia is "The Return Route". It contains all the portraits presented here.

Horst Klower,

NYT / LENS

New-York, 2009

 

Oleg Videnin

DIEGESI ESPRESSIVA DEL DIANCO E NERO

 

 

condotta in Cinema I, Gilles Deleuze _-.indivudua,  come terza varietà della -bergsoniana  "immagine-movimento",1”immagine-affezione", che nell'espressiorismo sarebbe caratterizzata dal presentarsi delvolto in primo piano e dal suocostituirsi in qualità assoluta, insiemeiconico di espresso ed espressione. Dall'interpretazione di Deleuze risulta peroche l'artista ha a disposizione diversemodalità per far emergere la "potenza"dei qualìa affettivi correlandoli con la situazione concreta e con le coordinatespazio-temporali (ambientazioneekairós). Graziea tale raccordo, ilpercetto (o, per usare la terminologia diDeleuze, fimmagine-percezione") assume il carattere di "immagine-azione". Nel proprio medium artistico, con grande eleganza formale e perfetta scelta del "tempo" fotografico, Videnin realizza un analogo connubio figurativo fra"espressionismo" e "naturalismo". Cosi. i giovani volti ritratti dal fotogra­fo russo(come lo erano, per nazionalità o per formazione, alcuni registi fondamentalinella storia del cinema: Pudovkm. Dovzenko, Vertov, Ejzenstejn, Kulesovrimandano a quelli, a noi più familiari. dei pasoliniani "ragazzi di vita”, dei bambini-adulti del neorealisimo ,dei più remoti scugnizzi di Vinchenzo Gemito. Il risultato è una combinatione. artisticamente assai intrigante, di snggetti che appaiono "assoluti", pur essendoimmersi, come ci avverte la didascalia delle foto, in uno spazio (per lo piularegione di Bryansk, contrada natia di Mdenin, e perciò affettivamente connotata) e in untempo narrativo ben determinanti. Questa primaria dialettica strutturarale fra astratto e diegetico, connaturata non solo ai registi (espressionisti e non dell'età sovietica, ma anche ai frandi romanzieri russi dell'Ottocento,

e alimentata anche dall'effetto di chiaroscuro consentito dall"'inattuale" scel­ta del bianco e nero.

Le  fotografie di Videnin, che coglie i suoi personaggi in paesaggi naturali, artificiali e misti, sono contrassegnate, come secondo elemento dialettico fon-

dlamentale, da un raffinato gioco di col­legamento e sconnessione spaziale fra le figure e fra i piani, e ciascuna di esse lascia emergere un valore percettivo e una tonalità affettiva sempre diversi. Oltre che in Valentina in white, il naturali­smo parrebbe dominare nel trittico ide­ale costituito da Ballon flying away, Carp e Denis and dandelion. L'osservatore attento allo scavo fisiognomico sarà fortemente attratto dalla scansione delle modalità di stupore riconoscibili in questi volti: implosivo e imbronciato nel fanciullo che si è lasciato sfuggire il palloncino, soddisfatto nel trionfante pescatore, at­tento e incuriosito nel soffiatore. Tut­tavia, la lettura analitica rivela in due casi un significativo scarto dialettico, al tempo stesso simbolico e percettivo: al corpo immobile del bambino colto nel momento in cui il palloncino è appena volato via, con le dita della mano destra irrigidite nella loro positura, si contrap­pone sullo sfondo una sagoma lieve, quasi fantasmatica e danzante, che, con gesto sicuro, tiene sollevato il suo e che l'intervallo prodotto dalla desolata carreggiata stradale isola in uno spazio­tempo e in una tonalità affettiva incol-mabilmente separati da quelli del primo piano; al campestre gioco infantile con l'evanescente ciuffo del dente di leone, deludente metafora dell'effimero, fa ri­scontro lo sfondo di solidi e grigi corpi di fabbrica.

A proposito di metafore, l'immagine più significativa della dialettica intrinse­ca alla vita Videnin ce la offre in School-Leavers ceremony, in cui alcuni elementi difformi controbilanciano la positività affettiva dell'abbraccio. In primo luogo, vi è un dato percettivo psicologicamente fondamentale: la sensazione di perdita dell'equilibrio prodotta dal deciso spo­stamento a destra dell'asse verticale del­le figure. Poiché, come ha mostrato Ar-j,nheim, le immagini hanno la tendenza a "pesare" maggiormente sul lato destro, pittori e fotografi si ingegnano di cor­reggere l'anisotropia spaziale mettendo in opera una serie di accorgimenti sia sul piano oggettuale sia su quello simbo­lico. Nella foto di Videnin questo com­pito di ricquilibrazione è affidato alla sola testa della ragazza, che -premendo verso sinistra- si oppone, ma solo par­zialmente, al movimento di "caduta". In secondo luogo, sullo sfondo nebuloso e grigio (come lo sono quasi tutti quel­li di Videnin) si scorge un vialetto che si perde all'orizzonte. In modo solidale con la perdita dell'equilibrio, simbolo di insicurezza, il sentiero che si apre alle spalle dei due graduates rappresenta l'i­nizio dell'epoca delle scelte, di un cam­mino incerto e misterioso nel suo pro­cedere e nei suoi esiti. La struttura in­trinsecamente dialettica dell'immagine risulta rafforzata se la confrontiamo con un'altra, paragonabile per atmosfera affettiva: Dragonfly, in cui si ha un'oppo­sta direzione dell'inclinazione dell'asse delle teste e l'equilibrio è garantito dalla verticalità dei corpi. In questo caso, l'e­lemento di disturbo psicologico è dato dal fatto che la "libellula" del titolo non è un elemento naturalistico, ma appar­tiene alla sfera dell'artificiale: è soltanto un'immobile immagine stampata su un capo di abbigliamento. Metaforica e dialettica è anche la diso­mogeneità spaziale dell'opera più po­tente della serie dal punto di vista del pathos: Wheel, ove si mescolano il natu­rale e l'artificiale delle estreme perife­rie urbane. Grazie anche alle soluzioni adottate (sfocatura del primo piano e riduzione della profondità di campo, che trasforma la ruota in gigantesco e incombente nimbo oscuro), l'insieme costituito, nell'ordine di successione dei piani, dallo stento fogliame, dalla pre­senza umana e dai relitti industriali as­sume -anche grazie all'accentuato gioco chiaroscurale- l'apparenza di un'instal­lazione carica di energia e semantica­mente e sintatticamente compatta. Nel complesso, la costruzione percettiva e oggettuale dà luogo a una sensazione psicologica di abbandono e di degrado, rinverdendo le fortune di quella tipolo­gia postindustriale di approccio artistico che, in un'indagine ampia e concettual­mente notevole pubblicata alla fine del secolo scorso, AveAppiano ricondusse all"'estetica del rottame".

Oscar Meo - Nel corso dell'indagine

Rome, 2014

 

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Over the desolate tired earth, with its fields, forests and waters, souls are wandering. Tranquility is not their lot. Because they did not have and they don’t have now the goodness to overcome the perpetuity of this land-country’s expanse, from the earliest times chained by timelessness. The misty shroud waves, tightly enveloping the anxious paths of souls-pilgrims. They crave for the guiding beam of light which, for the earthly term, would connect them with this earth and endow them with the will to bring life into human flesh and carry out on earth that task of transforming it, for which the fruitful breath of life was given to people.

Magnanimous is the light and boundless are its efforts. Infinitely it breaks through the shroud of timelessness, reminding man of the moments of the momentary flash of life. And therefore the miracle of illumination and the reunion of the soul and man, even if for a short instant, are not exhausted. Then man begins to see clearly the immense depth of time, in which, for this moment, he has been allowed to sense the soul in himself and to fuse his image with eternity.

… And once again the souls plod endlessly on, believing that one day transfiguration will occur and that the people of this earth, having been strengthened by acquiring them, will dispel the age-old shroud and will fill the earth with the fruits of their work…

… Such is the Russia of Videnin, the servant of light.

Evgeny Berezner

curator

Moscow, 2009

 

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Nonostante il titolo “The Russians”, in cui cogliamo una vistosa assonanza con “The Americans”, i ritratti di Oleg Videnin hanno molto più in comune con il lavoro di August Sander che non con le immagini di Robert Frank. La differenza non è di carattere tematico: come prima il fotografo svizzero ha restituito lo spaccato della società americana, così il russo Videnin ha esplorato i mutamenti, le aspirazioni di una nazione, condividendo con Frank un approccio antropologico: raccontare la Storia contemporanea attraverso la ritrattistica. Le assonanze però finiscono qui. Videnin, si diceva è più imparentato con Sanders e il suo “Ritratti del Ventesimo secolo”, nel quale a un ampio catalogo di soggetti è affidato il ruolo di narrare la contemporaneità della repubblica di Weimar. Le persone di Sander sono ritratte senza orpelli, senza apparenti accorgimenti tecnici, lasciando che la narrazione fluisca naturalmente attraverso una descrizione affidata ai mestieri, ai professionisti, ai contadini, agli artisti e a ogni componente la società tedesca del tempo.
In Videnin cogliamo lo stesso stringente racconto, l’urgenza di raccontare storie che non possono essere mediate da nessuna interlocuzione: nella genuinità di uno scatto, nella sua freschezza si coglie meglio l’autenticità. I personaggi di Videnin sono giovani, spesso giovanissimi. Non è un caso. Nella giovanile freschezza di ognuno degli sguardi l’occhio si compiace nell’intravvedere una generazione ancora alle prese con il gioco, con le scoperte che solo l’adolescenza ne è colma ma che immaginiamo al contempo giovani cui augurare un futuro prospero, sereno e in cui il disagio di una società che ha cambiato pelle troppo rapidamente sia per sempre risolto. Gli adolescenti di Videnin hanno una compostezza rigidissima, compresi quelli sorpresi a rispondere alla scioltezza informale e irridente tipica dell’età. Scene quotidiane, svuotate dall’epica del raggiungimento stilistico cui spesso è affidato un addendo narrativo. Qui, nelle fotografie di Videnin vediamo scene di vita ripetibili, come un racconto che si rinnova giorno dopo giorno e che, secondo qualcuno, conserverebbe qualcosa impossibile da narrare, come se il mondo, proprio per essere raccontato, dovesse essere popolato da un epos incombente da catturare al momento. La vita non ha angoli oscuri: non cela né nasconde, non si ritrae ma al contrario lascia che la sua voce si sparga ovunque. A un fotografo non spetta che ascoltarla e tradurla in immagini. Oleg Videnin lo ha fatto, riuscendovi.

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Despite the title "The Russians", where we have a vivid assonance with "The Americans," Oleg Videnin's portraits are much more in common with August Sander than with Robert Frank's images.
The difference is not of a thematic nature: as before, the Swiss photographer returned the breakdown of American society, so Russian Vidin explored the changes and aspirations of a nation, sharing with Frank an anthropological approach: telling contemporary history through portraiture . The assonances, however, end here.
Videnin was said to be more related to Sander and his "Portrait of the Twentieth Century," in which a large catalog of subjects is entrusted with the role of telling the contemporaryity of the Weimar republic. The people of Sanders are portrayed without finery, without apparent technical details, leaving narrative flowing naturally through a description given to trades, professionals, peasants, artists, and every component of German society of that time.
In Videnin we find the same tight story, the urgency to tell stories that can not be mediated by any interlocution: in the genuineness of a shot, its freshness is better captured by authenticity. The characters of Videnin are young, often very young. It's not by chance. In the juvenile freshness of each eye, the eye is pleased with the intriguingness of a generation still in contact with the game, with the discoveries that only adolescence is full but that we also imagine young people to wish for a prosperous, serene and which the discomfort of a company that has changed skin too quickly is forever resolved.
Videnin's teenagers have a rigid composure, including those surprised to respond to the informal and irridious, typical of age. Daily scenes, emptied of the epic of stylistic achievement, often entrusted to a narrative. Here, in Videnin's photographs, we see lifelike scenes of life, as a story that is renewed day after day and that, according to some, it would keep something impossible to tell, as if the world, just to be told, should be populated by a looming epic to be captured at this time.
Life has no dark corners: it does not conseal or hide it, it does not retract, but instead lets its voice spread everywhere. It is not up to a photographer to listen to it and translate it into images. Oleg Videnin did it, winning the challenge.

 

Giuseppe CICOZZETTI,

Sicily, 2017